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Il confine umanitario – uno spazio di lotta politica

Lukuaika: 18 min.

Il testo è parte di una serie di articoli multilingue sul tema dei confine umanitari. Si basa su ricerca scientifica peer-reviewed di recente pubblicazione, accessibile qui e qui.

Il dibattito pubblico su richiedenti asilo e rifugiati è estremamente polarizzato. Coloro che si oppongono all’ immigrazione si concentrano su confini e sicurezza, mentre i sostenitori di prospettive umanitarie sottolineano il diritto dei rifugiati alla protezione internazionale. A partire dal 2015, anno in cui un elevato numero di persone è arrivato in Europa per chiedere asilo, il dibattito si è particolarmente intensificato.

Alla fine del 2021, le tensioni ai confini tra Bielorussia e UE (Polonia e Lituania) hanno di nuovo posto la questione della stretta securitaria – “securitizzazione” nel gergo di politologi e scienziati sociali – dei confini esterni dell’ Unione al centro dell’ agenda. Ma il problema non è nuovo: la gestione “hard” dei confini praticata da Polonia e Bielorussia era già stata osservata in precendenza sul confine greco-turco.

Nella percezione comune, aiuto umanitario e governo delle migrazioni sono spesso considerate come prospettive opposte. In realtá, ricerca e dati esistenti ci raccontano di due fenomeni strettamente intrecciati. A livello internazionale, le migrazioni di richiedenti asilo e rifugiati originano da condizioni di insicurezza e sofferenza. Le persone coinvolte cercano riparo da circostanze pericolose, spesso invivibili, nei paesi d’origine, nella speranza di costruirsi una vita più sicura nei paesi d’asilo.

Nell’ordine politico internazionale corrente, gli stati nazione hanno il diritto di regolare la mobilitá e il diritto di residenza nel proprio territorio. Il principio di sovranità conferisce loro il diritto di utilizzare strumenti quali i passaporti e i visti per distinguire tra mobilitá autorizzata – e talora agevolata, come nel caso di investitori internazionali e cosidetti “cervelli in fuga” – e mobilitá indesiderata, che è spesso quella che vede protagonisti i rifugiati.

Questi ultimi spesso si vedono negate vie d’accesso legali all’ UE. Queste due dimensioni politiche – sovranitá nazionale e migrazione dei rifugiati – sono legate a doppio filo dalla convenzione internazionale sui rifugiati, nota anche come “convenzione di Ginevra”. La convezione, che nel 2021 ha celebrato il suo settantesimo anniversario, obbliga gli stati signatari a garantire il diritto delle persone di chiedere asilo.

Il confine umanitario

Gli scienziati sociali usano il concetto di confine umanitario in riferimento alla relazione tra i richiedenti asilo e gli stati. A livello internazionale, studiosi di diversi discipline – quali scienze politiche, geografia, antropologia e sociologia – hanno contribuito a sviluppare questo concetto. Il loro approccio è basato sulla ricerca empirica: lo studio di ciò che accade sul campo, nei luoghi in cui i richiedenti asilo si trovano di fronte ad apparati e strumenti per il controllo delle migrazioni.

Nell’ambito della geografia politica e sociale, le ricerche si concentrano sul tipo di relazioni spaziali a cui il confine umanitario dà origine. Secondo questa prospettiva, il confine umanitario non è soltanto uno strumento che separa lo spazio fisico, ma anche una serie di complesse relazioni – tra persone, instituzioni, movimenti politici e teconologie per il controllo delle frontiere – che si sviluppano attraverso l’incontro tra richiedenti asilo e governance delle migrazioni. Queste relazioni si articolano su diverse scale geografiche, e determinano l’organizzazione non solo di luoghi fisici, ma anche di spazi concreti e simbolici di lotta politica.


Il confine umanitario è uno spazio diffuso, spesso identificabile nei numerosi “campi profughi” temporanei, messi a punto in situazioni di emergenza. Foto: Levi Meir Clancy/Unsplash

Vite al confine umanitario

Il confine umanitario è uno spazio articolato e diffuso. Esso è osservabile, tra molti altri luoghi, nei numerosi campi profughi esistenti a livello globale. Ogni qualvolta si verifica una grave crisi politica o geopolitica, o un disastro cosiddetto “naturale”, dei campi vengono immediatamente creati in prossimità delle aree affette, o nei paesi confinanti. L’aiuto umanitario è quindi fornito da soggetti che hanno la capacità di agire velocemente nell’emergenza, siano esse organizzazioni internazionali o attori locali. Questi approntano alloggi di emergenza con materiali e prodotti disponibili, distribuiscono razioni di cibo, spesso all’aperto, e offrono rimedi per lo più precari alle difficili condizioni igienico-sanitarie.

Alcuni dei più vecchi campi di rifugiati al mondo risalgono al 1948. Da quell’anno, generazioni di palestinesi vivono in campi in paesi limitrofi quali Giordania, Libano, Siria e Israele.

Nei casi in cui la permanenza dei rifugiati nei campi si protrae, talora per decenni, si assiste spesso alla construzione di abitazioni e infrastrutture più stabili. Un mercato del lavoro semi-informale si sviluppa intorno ai campi, e i rifugiati possono avere accesso, sebbene limitato, a servizi sanitari e sociali di base. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR, o UNHCR nell’acronimo inglese), gli stati, le autorità locali e le organizzazioni non-governative spesso collaborano nella gestione dei campi, che possono talora essere divisi, spostati o evacuati, a seconda delle circostanze.

In questi luoghi, il confine umanitario diventa uno spazio “vissuto” – concreto, materiale, e talora duraturo nel tempo. Campi “urbanizzati”, cioè simili a città, di grandi dimensioni esistono oggi in paesi quali il Kenya, l’Uganda e la Giordania, tra gli altri. Anche in Asia orientale vi sono campi che ospitano decine di migliaia di persone: è il caso, per esempio, dei rifugiati Rohingya in Bangladesh. Alcuni dei più vecchi campi di rifugiati al mondo risalgono al 1948. Da quell’anno, generazioni di palestinesi vivono in campi in paesi limitrofi quali Giordania, Libano, Siria e Israele.

Veduta aerea del campo di Za’tari, in Giordania. Attivo dal 2012 con lo scopo di fornire alloggi di emergenza ai rifugiati siriani, il campo è oggi fortemente urbanizato, ed è per molti dei suoi abitanti un’area di residenza semi-permanete. Foto: Wikimedia Commons.

Confini umanitari d’Europa?

Nei paesi dell’ Unione Europea, i richiedenti asilo vengono collocati in diversi tipi di centri di accoglienza, identificazione e detenzione. Ci sono però anche rifugiati che vivono, come richiedenti asilo o migranti in condizione di irregolarità, in abitazioni private, o nei campi campi informali che emergono nelle città e nelle loro periferie.

Nel 2016, l’UE ha creato centri di identificazione di emergenza chiamati “hotspots”, in Grecia e in Italia. Questi centri sono presto diventati un caratteristica permanente delle politiche dell’ UE su migrazioni e asilo. Alcuni dei campi istituiti su isole greche nell’ambito di queste politiche, divenuti insostenibili a causa delle condizioni infrastrutturali e socio-sanitarie, vengono oggi sostituiti da nuovi centri di identificazione e detenzione altamente “securitizzati”.

Pressochè ovunque nel mondo, i grandi centri urbani ospitano rifugiati. Per esempio, in Egitto oltre 250.000 richiedenti asilo regolarmente registrati presso l’ACNUR vivono in aree urbane – principalmente il Cairo ed Alessandria, nel nord del paese. A questi si aggiungono numerosi rifugiati che non hanno in alcun modo visto riconosciuto il loro stato. Spesso, l’ACNUR non è in grado né di assisterli, né di facilitare il loro ricollocamento in paesi più sicuri. Perció molte di queste persone ricorrono ad altri canali per potersi muovere, alcuni con lo scopo di chiedere asilo in un paese dell’ UE. Ció spesso comporta ricorrere ai servizi di “smuggler” e trafficanti.

Il confine umanitario è presente anche nelle aree di frontiera in cui i richiedenti asilo si trovano temporaneamente, sebbene a volte per periodi di tempo prolungato, in attesa di riprendere i loro movimenti. Alcune di queste persone cercano rifugio temporaneo in campi informali – come accade nell’area di Calais, nel nord della Francia – altre sono costantemente in movimento, tentando di attraversare frontiere. Tra queste ultime, poche hanno fortuna, mentre altre devono ricorrere a numerosissimi tentativi. Alcune, come tragicamente noto, muoiono durante viaggi che sono costretti ad effettuare con modalità pericolossissime.

Campi informali ormai abbandonati a Calais, Francia, nel 2018. Foto: Radek Homola/Unsplash

La lotta per il diritto d’asilo

Nella ricerca condotta nell’ambito delle scienze sociali, le dinamiche politiche che caratterizzano il confine umanitario possono essere tracciate attraverso l’analisi di documenti, media, o lo studio delle pratiche concrete di governance delle migrazioni. Si tratta di uno spazio politico costituito da lotte e conflitti intorno all’inclusione e all’esclusione. Il livello di attenzione pubblica e mediatica che queste lotte e conflitti ricevono puó avere l’effetto di diminuire o aumentare il loro peso politico.

Pratiche di confine inclusive permettono l’attualizzazione del diritto d’asilo. I rifugiati hanno il diritto di chiedere asilo nei paesi che hanno firmato la convenzione di Ginevra, mentre tali stati hanno il diritto di definire, nel rispetto del diritto internazionale, i criteri per il riconoscimento dello status di rifugiato e di altre forme di protezione. I paesi membri dell’ UE definiscono questi criteri sia indipendentemente, sia a livello dell’unione.

Di fatto, l’accesso all’asilo può variare molto. Spesso i paesi di orgine dei richiedenti asilo vengono problematicamente classificati come “sicuri”. Questo risulta in un alto tasso di richieste di asilo negate. Talora le persone che richiedono asilo hanno accesso a reti di suporto – famiglie, comunità, ONG. Nei casi in cui queste non sono presenti, difendere i propri diritti e avanzare richieste puó essere molto difficile.

Di solito, per chiedere asilo è necessario trovarsi all’interno del territorio del paese a cui si avanza la richiesta. Come abbiamo già visto, spesso l’ingresso è impossibile per vie regolari. Si tratta di una questione estremamente problematica. Ad esempio, i nuovi centri di identificazione istituiti sulle isole greche sono stati definiti come delle di fatto prigioni, dal momento che il loro scopo è quello di contenere – o addirittura detenere – più efficacemente le persone.

L’obiettivo principale della nuova politica migratoria dell’ UE, il nuovo patto su immigrazione e asilo, è processare le richieste di asilo in modo più rapido ed efficiente. All’atto pratico, questo si traduce nel respingimento di un numero crescente di rifugiati direttamente al confine. Questa politica restringe notevolmente lo spazio del confine umanitario.

Ai limiti dell’illegalità?

Le pratiche di confine escludenti, come quelle descritte sopra, riguardano la governance della sovranità territoriale. Come già detto, nell’ordine internazionale attuale gli stati hanno il diritto di determinare le condizioni che regolano l’ingresso e la permanenza nel loro territorio. Il diritto degli stati di esercitare la propria sovranità, però, è limitato dai trattati internazionali che garantiscono il diritto delle persone alla mobilità e a vedere i loro diritti umani rispettati.

Ad esempio, firmando la convenzione di Ginevra sui rifugiati, gli stati accettano che le persone che chiedono asilo siano ammesse sul loro territorio e godano di diritti almeno per il tempo necessario all’esame delle loro domande. Ne deriva che i richiedenti asilo non possono essere considerati come migranti in condizioni di irregolarità.

Il confine umanitario è uno spazio di molteplici contraddizioni, a volte paradossale. È presente ai confini esterni dell’ Unione Europea e degli stati, ma anche ogni qualvolta, e in qualsiasi luogo, i diritti dei richiedenti asilo vengono esaminati, riconosciuti o negati.

Eppure, in molti dei confine dell’ UE, paesi membri compiono spesso quelli che vengono definiti pushback, cioè respingimenti alla frontiera e altre misure coercitive che impediscono ai richiedenti asilo di accedere al territorio nazionale. Si tratta di pratiche di dubbia legalità, spesso in aperto contrasto con i trattati internazionali. Attraverso i pushback, che gli stati giustificano con la necessitá di controllare la cosiddetta “immigrazione illegale”, lo spazio del confine umanitario viene notevolmente ristretto.

Allo stesso tempo, molte organizzazioni non governative o della società civile, così come gruppi di attivisti sul campo, cercano di allargare lo spazio di lotta politica in questi contesti. Lo fanno rendendo visibile l’illegalità delle pratiche degli stati. La capacità dei richiedenti asilo di organizzarsi e protestare per i loro diritti è limitata. Ciò nonostante, vi sono proteste condotte dagli stessi rifugiati. Queste persone si confrontano con il sistema di governance delle migrazioni da una posizione di vulnerabilità, con conseguenze dirette sui loro stessi corpi. Per loro, il confine umanitario non è un concetto astratto, ma uno spazio che vivono ogni giorno.

Il porto del Pireo, ad Atene, Grecia, è uno degli hub europei della mobilità dei migranti, specialmente dal 2015. Persone in fuga da Siria, Afghanistan, Iraq e numerosi altri paesi arrivano al porto come loro primo approdo in Europa Occidentale. Nella foto, un traghetto attracca al Pireo nel 2016. Foto: Aila Spathopoulou

Uno spazio di contraddizioni

Il confine umanitario è uno spazio di molteplici contraddizioni, a volte paradossale. È presente ai confini esterni dell’ Unione Europea e degli stati, ma anche ogni qualvolta, e in qualsiasi luogo, i diritti dei richiedenti asilo vengono esaminati, riconosciuti o negati. Nella società digitale contemporanea i confini possono essere chiusi repentinamente ogni volta che una persona cerca di accedere a servizi pubblici o privati attraverso forme di identificazione digitale (a tal proposito, sarà interessante vedere quali effetti avrà su rifugiati e richiedenti asilo la diffusione sempre p estesa di strumenti quali il sistema pubblico di identità digitale – SPID.

Il confine è esso stesso uno spazio in movimento. Il sistema degli hotspot è stato importato in Europa dall’area del Pacifico australiano. Gli Stati Uniti lo stanno introducendo al confine con il Messico. I confini fortificati così si espandono e si solidificano, mentre gli spazi per il diritto di asilo e la protezione dei rifugiati si restringono, e si indeboliscono.

Il confine umanitario è tradizionalmente la combinazione di due elementi in apparente contrasto: il controllo delle frontiere e l’aiuto umanitario. Nell’UE, i richiedenti asilo, di diverse origini, ricevono talora aiuto immediato e urgente. Sul lungo periodo, tuttavia, pochi vedono il loro diritto all’asilo riconosciuto. L’enfasi crescente sulle pratiche di controllo dei confini, a discapito della dimensione umanitaria, implica che oggi persino il soccorso e l’aiuto urgente siano spesso negati. Ai confine tra Polonia e Bielorussia, così come a quelli tra Grecia e Turchia, le persone vengono semplicemente respinte.

Lo spazio contraddittorio e paradossale del confine umanitario è uno spazio di lotta politica. Le politiche di asilo europee sono permeate da tensioni tra interessi nazionali e responsabilità internazionale, sicurezza delle frontiere e drammi umani, sovranità degli stati e diritti umani. Lo studio di queste complesse relazioni e tensioni è essenziale per la comprensione del fenomeno, e per la ricerca di soluzioni sostenibili.

KIRSIPAULIINA KALLIO, JOUNI HÄKLI, ELISA PASCUCCI & AILA SPATHOPOLOU

TRADOTTO DA: ELISA PASCUCCI
FOTO: EMAD ZYUOD/FLICKR


Bibliografia

Kallio, K.P., Häkli, J. & Pascucci, E. (2019). Refugeeness as political subjectivity: Experiencing the humanitarian border. Environment and Planning C: Politics and Space, 37:7, 1258–1276.

Spathopoulou, A., Kallio, K. P. & Häkli, J. (2021). Outsourcing Hotspot governance within the EU: cultural mediators as humanitarian–border workers in Greece. International Political Sociology, 15:3, 359–377.

Kirsipauliina Kallio

Kirsi Pauliina Kallio è Professoressa di Pedagogia dell’ ambiente all’ Università di Tampere. Nella sua ricerca sui confini umanitari, di stampo critico, si interessa in particolare della governance delle migrazioni forzate nello spazio UE e dei processi di asilo nei paesi europei cosi come emergono nell’esperienza delle persone che richiedono protezione.

Jouni Häkli

Jouni Häkli è Professore di Studi Regionali all’ Università di Tampere, Finlandia. I suoi interessi di ricerca recenti riguardano la condizione dei rifugiati e le geografie dell’incontro tra le persone richiedenti asilo e gli apparati di management delle migrazioni.

Elisa Pascucci

Elisa Pascucci è ricercatrice presso l’ Università di Helsinki. Si occupa attualmente di geografie dell’aiuto umanitario, con particolare attenzione al ruolo delle infrastrutture e della logistica. Il suo nuovo progetto di ricerca presso la Facolà di Business e Management e lo Space and Political Agency Research Group (SPARG), Universita di Tampere, finanziato dalla Fondazione Kone, esamina criticamente alcuni dei più comuni strumenti amministrativi e finanziari usati da governi e organizzazioni non governative nell’aiuto allo sviluppo e ai rifugiati.

Aila Spathopoulou

Alia Spathopoulou è ricercatrice postdottorato presso il Dipartimento di Geografia dell’ Università di Durham, Regno Unito. È coordinatrice dell’ Area di Ricerca: Mobilità: Migrazioni e Confini del Centro di Ricerca Autonomo Femminista di Atene. Aila è dottoressa di ricerca (PhD) in geografia umana, con una tesi che esamina i processi di governamentalità di confine nel sistema degli hotspot in Grecia.


Maria Chiara De Luca

Maria Chiara De Luca è stata operatrice sociale al Centro di Prima Accoglienza Msna “Amal” di Messina. Sta attualmente completando la sua tesi nell’ambito del master “Mi-Di” in Migrazioni, diritti e integrazione, Facoltà di Giurisprudenza, Universitá di Palermo.

Il confine umanitario e la direttiva UE 55 sulla protezione temporanea

Il primo approdo del migrante alle porte dell’Europa si configura come uno spazio dove interessi differenti, sicurezza e accoglienza, entrano in gioco e si intrecciano dando luogo a non poche contraddizioni e criticità nella gestione dei flussi migratori.

Come ben sappiamo le migrazioni non sono certo un fenomeno nuovo, ma la loro disciplina avviene sempre in maniera emergenziale e temporanea, guardando sempre a soluzioni di lungo periodo e volte all’integrazione come ultima ratio.

Le soluzioni prospettate hanno spesso alla base la convinzione che il migrante o colui che richiede protezione debba, prima o poi, tornare nel paese d’origine e che ad ogni modo, nel lungo periodo, non debba rappresentare un carico, bensì essere una risorsa e un elemento utile per la crescita economica del paese ospitante.

Il nuovo patto Eu per l’immigrazione e asilo afferma di voler rafforzare la capacità dell’Europa di proteggere le proprie frontiere, accogliere tutti coloro che hanno il diritto di entrare secondo i criteri già stabiliti nel sistema Dublino e di promuovere un trattamento dei cittadini dei paesi terzi che sia in linea con i valori e i principi fondanti dell’Unione, quali la libertà, il rispetto della dignità umana, dell’uguaglianza e dello stato di diritto.

La pandemia globale degli ultimi due anni e il conflitto appena scoppiato tra Ucraina e Russia ci obbligano a ripensare alle strategie e alle modalità di apertura, gestione e chiusura dei confini.

Tuttavia tale atteggiamento si traduce nella pratica in un sistema dove, nonostante gli sforzi dei numerosi attori in gioco, si prediligono e si rafforzano le procedure di verifica, affinché non possa venire eluso in alcun modo il rigido sistema di controllo alla frontiera, e si potenziano i meccanismi di espulsione e rimpatrio, a spese di tutto l’impianto normativo e solidaristico di protezione dei diritti umani volto all’analisi dettagliata della situazione individuale, al fine di valutare il rischio di ciascun richiedente protezione. Il volto del confine diviene così un Giano bifronte dove approccio securitario e umanitario si mescolano ma in cui la protezione del territorio e la chiara catalogazione del richiedente prevalgono.

La pandemia globale degli ultimi due anni e il conflitto appena scoppiato tra Ucraina e Russia ci obbligano a ripensare alle strategie e alle modalità di apertura, gestione e chiusura dei confini. I confini sono sempre l’esito di equilibri di potenza temporanei (Spykman) e lo spazio dove siamo immersi non è mai un elemento politicamente neutro.

Strumento utile per far fronte a tali tipo di emergenze risiede nella direttiva 2001/55/CE, relativa alle norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli stati membri che ricevono sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi. Si tratta di una procedura di carattere eccezionale che concede una protezione temporanea di un anno, prorogabile per un massimo di due anni su decisione del Consiglio.

L’idea della direttiva nasce negli anni ’90 quando i conflitti nell’ ex Jugoslavia e in Kosovo dimostrarono la necessità di realizzare procedure speciali per fronteggiare il massiccio afflusso di sfollati dalle zone di guerra ed è stata concepita con lungimiranza per promuovere un equilibrio degli sforzi per gestire congiuntamente, a livello europeo, gli spostamenti massicci di persone. Tale direttiva però durante questi 21 anni non ha mai trovato applicazione e avrebbe potuto rivelarsi utile in situazioni come la crisi siriana o la situazione in Afghanistan.

Nonostante numerosi studiosi e associazioni abbiano invocato il suo utilizzo, la procedura è rimasta inutilizzata e ritenuta una normativa da dover abrogare con il pacchetto di riforme recentemente presentato in materia di asilo dalla Commissione europea in carica. Tale atteggiamento si deve alle posizioni di chiusura estreme all’interno dell’Unione che si sono susseguite nel tempo, come il blocco di Visegrad, e agli anni cupi fatti di respingimenti e di esternalizzazione dei confini.

Il 3 marzo 2022 il Consiglio ha dato attivazione alle procedure della suddetta direttiva con il duplice scopo di garantire la tutela di coloro che sono in fuga dalla guerra, e di evitare che l’enorme numero di persone in fuga dal conflitto sia inutilmente sottoposto ad un esame individuale, paralizzando di fatto la macchina amministrativa e le sue relative procedure. Questa protezione permette che i profughi possano godere di numerosi diritti, trai quali poter esercitare un’attività di lavoro subordinato, ottenere un alloggio adeguato e se sprovvisti di risorse sufficienti, di poter ricevere l’aiuto necessario in termini di assistenza sociale, contributi al sostentamento e cure mediche. Inoltre, sono presenti particolari disposizioni per i minori non accompagnati e per i soggetti ritenuti vulnerabili.

Si prevede che gli Stati accolgano con spirito di solidarietà e indichino la loro capacità di accoglienza in termini numerici e generali, che vi sia una equa ripartizione delle responsabilità nella gestione dei rifugiati, con una cooperazione attiva e concreta, che in passato è sempre stata carente anche se notevolmente richiesta soprattutto dagli stati frontalieri. Tuttavia, le modalità con cui dare attuazione alla direttiva rimangono generiche, lente, complicate e onerose per gli Stati, ragioni per le quali nel tempo non ha trovato applicazione.

I punti deboli della direttiva 55/2001, risiedono nella discrezionalità della Commissione (art.5), che dopo aver ricevuto richiesta da uno o più Stati membri e svolte le dovute analisi, può decidere se sottoporre l’istanza al Consiglio per iniziare l’iter di approvazione o se rigettare la proposta. Inoltre, la decisione in seno al Consiglio richiede una maggioranza qualificata degli Stati membri, che in materia di immigrazione e asilo sono spesso restii a raggiungere un accordo politico, proprio in virtù del meccanismo di solidarietà (art.25) che risulta sempre poco attrattivo dal punto di vista degli Stati, poiché li obbliga materialmente a raggiungere livelli di accoglienza e protezione di cui spesso sono sprovvisti, oltre che economicamente nella gestione pratica dei beneficiari di protezione temporanea che verranno ridistribuiti all’interno del loro territorio.

MARIA CHIARA DE LUCA
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Oiza Queens Day Obasuyi

Oiza Queens Day Obasuyi ha ottenuto la laurea magistrale in International Relations all’Università di Macerata. Autrice del libro “Corpi Estranei” (People, 2020), i suoi articoli sono apparsi su testate come The Vision e Internazionale in cui si è occupata principalmente di diritti umani, migrazioni e decostruzione del razzismo sistemico. Attualmente lavora come junior researcher e program assistant presso la CILD (Coalizione Italiana LIbertà e Diritti Civili) dove è creatrice di contenuti per il progetto Open Migration e svolge attività di ricerca e supporto a progetti nelle aree: immigrazione, asilo, cittadinanza, anti-discriminazione e inclusione.

Razzismo sistemico e negazione del diritto alla libertà di movimento

Il diritto alla libertà di movimento è sancito dalla Dichiarazione universale dei Diritti Umani. Tuttavia, gli Stati hanno una serie di poteri discrezionali in merito alla gestione delle politiche di immigrazione e di asilo che portano alla creazione di regole che, di fatto, discriminano coloro che si vedono negato tale diritto.

Prendendo l’esempio dell’Unione Europea (Ue), risulta ormai evidente che l’approccio che gli Stati Membri adottano nei confronti di coloro che attraversano le frontiere sia basato sul securitarismo: la creazione di muri sui confini; la riduzione dei canali di ingresso sicuri per lo spostamento di persone provenienti da Paesi terzi; l’adozione di metodi coercitivi − come la detenzione amministrativa o l’utilizzo dell’intelligenza artificiale − il rimpatrio di persone migranti, il respingimento sistematico di queste ultime, in violazione degli obblighi internazionali in materia di diritti umani − che, a differenza della Dichiarazione sopra menzionata, sono vincolanti.

Tenendo in considerazione tutti questi elementi, è possibile parlare quindi di un’apartheid della mobilità internazionale, che separa coloro che hanno passaporti di serie A − si pensi a coloro che hanno documenti dei Paesi dell’Ue o degli Stati Uniti − e coloro che hanno passaporti di serie B. Non è casuale il fatto che le persone rientranti in quest’ultima categoria siano quelle che provengono prevalentemente dal sud del mondo: il respingimento, infatti, non avviene solamente al confine di un Paese dell’Ue ma anche nell’ambasciata di un Paese membro che si rifiuta per l’ennesima volta di concedere il visto a una persona proveniente da un Paese terzo, per via di regole sempre più stringenti e discriminatorie.

Alle frontiere dell’Ucraina, su cui si sono riversate migliaia di persone per via della guerra, sono stati denunciati diversi episodi di razzismo subito da cittadini e cittadine – perlopiù studenti e stidentesse universitarie – africani e asiatici.

Queste disuguaglianze sono ben dimostrate dai dati raccolti dal Passport Index, una piattaforma in cui vengono categorizzati i passaporti in base alla loro potenza di viaggio. Chi detiene un passaporto francese o italiano, si sposta con molta più facilità − senza dover affrontare la burocrazia relativa alle poltiche di visto – rispetto a chi detiene un passaporto somalo, sudanese o pakistano.

Siamo quindi di fronte a una “Fortezza-Europa” i cui stati membri non solo continuano ad alzare muri e a esternalizzare le proprie frontiere – dal Memorandum d’Intesa tra Italia e Libia, con conseguente violazione dei diritti umani nei confronti delle persone sistematicamente trattenute nei centri di detenzione del Paese nordafricano, alla Danimarca che decide di esternalizzare perfino le richieste di asilo, scaricando la responsabilità su un Paese terzo – trattando la mobilità umana, ovviamente se di un certo tipo e se proviene da determinati Paesi, come “crisi”, “problema” o “emergenza” costanti. Ma recentemente è stato reso ancor più evidente come il razzismo sistemico che si basa sulla linea del colore della pelle sia alla base di questo tipo di trattamento discriminatorio.

Alle frontiere dell’Ucraina, su cui si sono riversate migliaia di persone per via della guerra, sono stati denunciati diversi episodi di razzismo subito da cittadini e cittadine – perlopiù studenti e stidentesse universitarie – africani e asiatici. Infatti, pur condividendo la medesima condizione di massima vulnerabilità, alle persone non bianche è stato spesso impedito di essere tutelate, in taluni casi perfino di attraversare la frontiera, con tanto di respingimenti violenti.

Ci sono diverse video-testimonianze in cui viene ripreso l’atteggiamento violento e discriminatorio delle autorità ucraine nei vari valichi di frontiera. In uno di questi, per esempio, come ha riportato Lighthouse Reports, a una donna nera viene impedito di salire sul treno. Inoltre, l’Equinox: Initiative for Racial Justice, una coalizione che si occupa di antidiscriminazione a livello europeo, ha riportato una carrellata di abusi: dal fatto che persone dell’Asia del Sud e del continente africano venivano messe automaticamente in fondo alla fila per poter attraversare la frontiera, e quindi mettersi in salvo.

Tutte queste denunce sui maltrattamenti sono arrivate anche le Nazioni Unite che hanno condannato le discriminazioni alle frontiere. Tuttavia, è necessario non solo tenere in considerazione la gravità di quanto avvenuto ma anche tenere presente il quadro generale: le distinzioni nette tra rifugiati “meritevoli di protezione” – preferibilmente bianchi, europei, e “civilizzati” – e quelli “meno meritevoli” sono state fatte dagli stati membri dell’Ue con l’ultimo provvedimento adottato per la tutela delle persone provenienti dall’Ucraina.

Basti pensare al fatto che la protezione temporanea (Direttiva 55/2001), per l’appunto, viene concessa automaticamente ai soli cittadini ucraini e ai loro familiari. Mentre per le persone straniere residenti in Ucraina – specialmente coloro che possiedono un permesso di soggiorno di breve periodo – prevale la discrezionalità degli stati membri sul concedere o meno una forma di protezione. “La formulazione finale”, ha affermato Gianfranco Schiavone, esperto in diritto di asilo di Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), “è un compromesso che accoglie in parte la proposta della Commissione. Rimangono dubbi sull’applicazione discrezionale degli Stati. I criteri delle normative nazionali non possono essere più sfavorevoli di quelli accordati dalla direttiva”.

Eppure ci troviamo di fronte a un provvedimento, che è stato definito come “storico”, vista la celerità nel raggiungere un accordo supportato da tutti gli stati membri dell’Unione, ma che è al contempo un compromesso al ribasso per quelle persone che, di nuovo, rimangono escluse dal pieno esercizio dei propri diritti – anche in tempo di guerra.

È possibile constatare, infine, che il confine non è altro che la massima espressione di un conservatorismo nazionalistico, la cui brutalità viene spesso celata con la costruzione di campi profughi o centri di detenzione resi più “umani” o “moderni” – nonostante le persone siano comunque costrette a rimanervi. Il diritto alla libertà di movimento può essere garantito solo con una seria attuazione della protezione dei diritti umani di chi attraversa le frontiere e con un modo radicalmente innovativo di concepire la mobilità umana, che non dovrebbe essere un privilegio per pochi.

OIZA QUEENS DAY OBASUYI
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